Come si sono formati il deserto e il Salar de Atacama: geologia, clima e origine del paesaggio

Perché nell’Atacama si trovano vulcani di oltre 6.000 metri, immense distese di sale e uno dei deserti più aridi della Terra? La risposta risiede nella sua complessa storia geologica e climatica.

Dove si trovano il deserto e il Salar de Atacama

Il deserto di Atacama si trova nel Cile settentrionale e occupa un’area di circa 105.000 km², un’estensione paragonabile a quella dell’Islanda. L’area desertica si sviluppa tra l’Oceano Pacifico e la Cordillera de los Andes per oltre 1.600 chilometri da nord a sud, attraversando le regioni di Arica e Parinacota, Tarapacá, Antofagasta e Atacama.
Considerato il deserto non polare più arido del pianeta, l’Atacama non è una semplice distesa di sabbia, ma una vasta area caratterizzata da paesaggi estremamente diversi tra loro. Al suo interno si alternano saline, valli rocciose, canyon, lagune d’alta quota e geyser, mentre al margine orientale, dove il deserto incontra la Cordillera de los Andes, si trovano alcuni dei vulcani più alti del mondo.
All’interno di questa vasta area desertica si trovano numerosi salar tra cui il Salar de Atacama, una grande depressione salina situata nella Regione di Antofagasta, ai piedi delle Ande. Con una superficie di circa 3.000 km², è il più grande salar del Cile e il terzo più esteso del Sud America, dopo il Salar de Uyuni in Bolivia e le Salinas Grandes in Argentina.
Un territorio così vasto può essere esplorato da diverse località del Cile settentrionale. Tra queste, San Pedro de Atacama è uno dei punti di riferimento principali per visitare il Salar de Atacama e alcuni dei paesaggi più rappresentativi dell’area circostante.

Mappa del Sud America con la posizione del deserto di Atacama nel Cile settentrionale e dettaglio dell’area di San Pedro de Atacama e del Salar de Atacama.
Posizione del deserto di Atacama nel Sud America e dettaglio della sua estensione nel Cile settentrionale. Nel riquadro a destra sono evidenziati San Pedro de Atacama e il Salar de Atacama.

La struttura del paesaggio dell’Atacama

Il deserto di Atacama non è un ambiente uniforme, ma un territorio formato da diverse unità paesaggistiche, definite in geologia unità fisiografiche, che si sviluppano parallelamente al litorale con andamento nord-sud. Procedendo dall’oceano verso l’interno si incontrano: la Cordillera de la Costa, una fascia montuosa che separa il litorale dall’entroterra; la Depresión Central, che ospita gran parte delle superfici desertiche; la Cordillera de Domeyko; altre depressioni interne e infine la Cordillera de los Andes, che ospita le quote più elevate e i vulcani attivi della regione. In questo settore, le Ande si dividono in due rami, la Cordillera Occidentale, dove si concentra gran parte dell’attività vulcanica, e la Cordillera Orientale, costituita prevalentemente da rilievi montuosi. Tra le due si estende l’Altiplano, un vasto altopiano situato a oltre 3.500 metri di quota.

Nota

Cosa si intende per Altiplano?
L’Altiplano (con la A maiuscola) è il nome del grande altopiano intermontano delle Ande Centrali, situato tra la Cordillera Occidentale e quella Orientale. Si tratta quindi di un nome geografico che identifica un’area ben precisa, proprio come Salar de Atacama identifica un salar specifico.
Un altopiano, invece, è in generale un’ampia superficie relativamente pianeggiante situata a una quota superiore rispetto alle aree circostanti. In spagnolo il termine generico è altiplano, la stessa parola utilizzata anche come nome proprio della regione andina.
Per questo motivo, nel linguaggio comune, soprattutto in ambito turistico, il termine altiplano viene spesso utilizzato anche per indicare, più in generale, le aree d’alta quota situate tra la Cordillera de los Andes e la Cordillera de Domeyko.


All’interno di questa struttura generale, alcune aree presentano caratteristiche particolari. Nella zona dove si trova San Pedro de Atacama, ad esempio, tra la Cordillera de Domeyko e la Cordillera de los Andes si sviluppa la Cordillera de la Sal, un’ulteriore catena montuosa parallela alla costa. Quest’ultima, insieme alla Cordillera de los Andes, delimita i margini di una vasta conca, al cui interno si estende il Salar de Atacama. La disposizione di queste grandi unità paesaggistiche non è casuale, ma il risultato di una lunga storia geologica iniziata milioni di anni fa.

Sezione trasversale del deserto di Atacama nell’area di San Pedro de Atacama con le principali unità fisiografiche e il bacino del Salar de Atacama delimitato dalle catene montuose circostanti.
Sezione trasversale ovest-est semplificata del deserto di Atacama nella zona di San Pedro de Atacama. La figura evidenzia la disposizione delle principali unità fisiografiche e la particolare configurazione del bacino del Salar de Atacama, delimitato dalla Cordillera de la Sal e dalla Cordillera Occidentale delle Ande (Western Cordillera).

Come si è formata questa struttura

Il paesaggio del deserto di Atacama è il risultato di un processo geologico iniziato oltre 200 milioni di anni fa e attivo ancora oggi. Nel corso di questo lungo periodo, tettonica, vulcanismo e clima hanno agito insieme, modellando progressivamente il territorio che osserviamo oggi.

Tettonica e vulcanismo

Alla base della formazione del deserto di Atacama c’è il movimento delle placche tettoniche e, in particolare, un processo chiamato subduzione.

Le placche tettoniche sono grandi porzioni di litosfera, cioè l’insieme della crosta terrestre e della parte più superficiale del mantello, che si muovono continuamente a velocità di pochi centimetri all’anno. Durante questo movimento, le placche possono allontanarsi (divergere), avvicinarsi (convergere), o scorrere l’una accanto all’altra. Quando due placche convergono, iniziano a scontrarsi. Se una delle due è costituita da crosta oceanica, più densa e pesante rispetto alla crosta continentale, tenderà a scivolare sotto quest’ultima, sprofondando lentamente nel mantello terrestre. Questo processo prende il nome di subduzione. Lungo la costa occidentale del Sud America, la placca di Nazca, costituita da crosta oceanica, scivola ancora oggi sotto la placca Sudamericana, costituita da crosta continentale. È proprio questo movimento, attivo da milioni di anni, ad aver modellato il paesaggio che osserviamo oggi.

Mappa delle placche tettoniche dell’area del Sud America con la placca di Nazca e la placca Sudamericana evidenziate.
Placche tettoniche dell’area del Sud America e delle regioni circostanti.

Il processo di subduzione produce infatti due effetti fondamentali. Da un lato, la compressione della crosta continentale ne provoca il progressivo corrugamento e ispessimento. Dall’altro, la placca oceanica che sprofonda raggiunge temperature e pressioni sempre maggiori, favorendo la formazione di magma che risale verso la superficie e alimenta il vulcanismo continentale. È così che lungo i margini di subduzione si sviluppano gli archi vulcanici, cioè catene di vulcani che si formano parallelamente al margine del continente.
La subduzione è inoltre un processo dinamico. Nel corso di milioni di anni, numerosi fattori possono determinare un lento spostamento dell’arco vulcanico verso l’interno del continente. Nell’Atacama, questo processo ha fatto sì che le principali catene montuose non si siano formate nello stesso momento, ma rappresentino diverse fasi dell’evoluzione geologica della regione.

La Cordillera de la Costa, che è la più vicina al margine di subduzione, rappresenta la traccia del più antico arco magmatico di questo sistema, sviluppatosi tra circa 200 e 120 milioni di anni fa (Giurassico–Cretaceo inferiore). Successivamente, la progressiva migrazione dell’attività magmatica verso l’interno del continente, insieme alla deformazione tettonica, ha portato allo sviluppo della Cordillera de Domeyko, avvenuto principalmente tra circa 80 e 30 milioni di anni fa (Cretaceo superiore–Oligocene). La Cordillera de los Andes, che ospita l’attuale arco vulcanico, è invece la più giovane: il suo sviluppo è proseguito soprattutto negli ultimi 30 milioni di anni (Neogene) e continua ancora oggi, come dimostra la presenza di numerosi vulcani attivi lungo il confine tra Cile e Argentina.

Il ruolo del clima

Mentre la subduzione continuava a modellare il margine occidentale del Sud America e gli archi vulcanici migravano progressivamente verso est, tra le catene montuose iniziarono a svilupparsi numerose depressioni interne. Queste aree più basse divennero bacini di accumulo, dove per milioni di anni si depositarono sedimenti provenienti dall’erosione dei rilievi circostanti, materiali vulcanici e minerali trasportati dall’acqua, formando spessi depositi sedimentari.

Con il progressivo sollevamento delle catene montuose, alcuni di questi bacini rimasero isolati dal mare e divennero bacini endoreici, ossia bacini chiusi nei quali l’acqua può entrare ma non trovare uno sbocco verso l’oceano. In passato, il clima della regione era inoltre meno arido di quello attuale e le precipitazioni erano più abbondanti. L’acqua proveniente dalle piogge e dallo scioglimento delle nevi iniziò così a raccogliersi all’interno di queste depressioni, formando nel tempo un vasto sistema di laghi.
Con il progressivo inaridimento del clima, l’evaporazione iniziò a superare l’apporto d’acqua. I laghi si prosciugarono gradualmente, mentre i minerali disciolti iniziarono a cristallizzarsi e ad accumularsi sul fondo in spessi strati di sali e altri depositi evaporitici. È proprio così che si formano i salar, vaste distese saline che occupano il punto più basso dei bacini endoreici.

Schema di confronto tra un bacino esoreico e un bacino endoreico con il diverso percorso dell'acqua e la formazione di depositi salini nei bacini chiusi.
Confronto tra un bacino esoreico (exorheic basin) a sinistra e un bacino endoreico (endorheic basin) a destra. Nei bacini esoreici, l’acqua proveniente dalle precipitazioni viene drenata attraverso i fiumi fino a raggiungere l’oceano. Nei bacini endoreici, invece, l’acqua rimane confinata all’interno di una depressione senza raggiungere il mare. In condizioni di elevata aridità, l’evaporazione favorisce la precipitazione e l’accumulo di sali sul fondo del bacino.

Nel frattempo, in alcuni di questi bacini, la compressione generata dall’attività tettonica ha deformato i depositi sedimentari ricchi di sale, piegandoli e sollevandoli. Questo è quanto accaduto nel bacino del Salar de Atacama, dove questo processo ha dato origine alla Cordillera de la Sal, una catena sedimentaria, molto diversa dalle vicine Cordillera de Domeyko e Cordillera de los Andes, legate invece a un’intensa attività vulcanica e magmatica.
All’interno di questa conca quindi, mentre gli antichi strati deformati formano la Cordillera de la Sal, il punto più basso è occupato dal salar, dove continuano a concentrarsi le acque provenienti dalle Ande. Poiché il bacino è ancora oggi endoreico e il clima rimane estremamente arido, l’acqua che vi affluisce evapora senza raggiungere il mare, favorendo il continuo accumulo di sali e minerali.

Il Salar de Atacama non è però un caso isolato: lungo il deserto di Atacama esistono numerosi altri salar e ambienti salini simili, come il Salar de Pedernales, formati dagli stessi processi di evaporazione e concentrazione dei sali.

Dalla geologia ai principali ambienti

I processi geologici descritti nel capitolo precedente hanno modellato la struttura del deserto di Atacama e dato origine agli ambienti che oggi lo caratterizzano. Lagune, geyser e vulcani come molti altri ambienti del deserto, non sono infatti elementi isolati del paesaggio, ma il risultato di processi che continuano ancora oggi a trasformare lentamente il territorio.

Lagune e corpi idrici

Nonostante l’estrema aridità, il deserto di Atacama ospita numerosi corpi idrici, tra cui lagune e zone umide. La presenza e le caratteristiche di questi ambienti dipendono principalmente dall’equilibrio tra l’acqua che raggiunge i bacini interni e quella che viene persa per evaporazione. Quando l’apporto d’acqua è molto limitato e l’evaporazione prevale, il bacino tende a trasformarsi in un salar. Dove invece l’apporto rimane sufficiente, possono conservarsi lagune permanenti o stagionali, spesso caratterizzate da elevati livelli di salinità.

Ma da dove arriva l’acqua se non piove?

Sebbene le precipitazioni locali siano estremamente scarse, l’acqua che alimenta questi corpi idrici proviene principalmente dalle precipitazioni e dallo scioglimento delle nevi sulle Ande. Quest’acqua raggiunge i bacini attraverso fiumi e falde sotterranee, alimentate da precipitazioni cadute anche a decine di chilometri di distanza.
Considerata la forte evaporazione, però, la quantità d’acqua che riesce a raggiungere questi bacini è generalmente insufficiente a formare grandi laghi permanenti. Si sviluppano invece lagune, ossia bacini d’acqua generalmente poco profondi, il cui equilibrio dipende dal continuo apporto idrico. Se questo apporto rimane costante, la laguna riesce a mantenersi nel tempo. Se invece l’evaporazione prevale, i sali si concentrano progressivamente fino a formare estese croste saline. È proprio questo delicato equilibrio a spiegare perché, anche a poca distanza l’una dall’altra, le lagune possano avere dimensioni, salinità, colori e comunità biologiche molto diverse.

Perché alcune lagune sono così salate?

L’acqua che alimenta queste lagune attraversa rocce di origine vulcanica e sedimentaria, ricche di minerali molto solubili, che quindi vengono dissolti progressivamente e trasportati fino ai bacini interni. È per questo che queste acque sono naturalmente ricche di elementi chimici disciolti.
Tuttavia, non tutte le acque seguono lo stesso percorso né attraversano gli stessi tipi di rocce. Per questo motivo alcune lagune presentano acque relativamente poco saline, mentre altre raggiungono concentrazioni di sale molto elevate. Ad esempio, la Laguna Cejar e le lagune di Baltinache raggiungono una salinità di circa il 23%, pari a una concentrazione di sale circa sei volte superiore a quella dell’acqua marina.

Geyser e sorgenti termali

I geyser e le sorgenti termali rappresentano una delle manifestazioni più evidenti dell’intensa attività geotermica ancora presente sotto la Cordillera de los Andes. Sebbene il magma rimanga confinato a diversi chilometri di profondità, il calore che rilascia è sufficiente a riscaldare le acque sotterranee.

Ma come si formano i geyser?

Questi fenomeni sono relativamente rari sulla Terra perché richiedono la contemporanea presenza di tre condizioni: una sorgente di calore, abbondante acqua sotterranea e un particolare sistema di cavità e condotti in grado di accumulare pressione.
Nel deserto di Atacama, parte dell’acqua proveniente dalle Ande si infiltra nel terreno e raggiunge grandi profondità dove viene riscaldata dal calore proveniente dalle camere magmatiche. La parte d’acqua più vicina alla sorgente di calore inizia così a “bollire” e, poiché i condotti sotterranei sono stretti e sigillati, la pressione all’interno del sistema aumenta progressivamente. Quando la pressione supera un certo limite, l’intera colonna d’acqua sovrastante e il vapore vengono espulsi violentemente verso la superficie. È proprio questo meccanismo a generare i caratteristici getti di acqua bollente, alti anche diversi metri, e a distinguere un geyser da una semplice fumarola, da cui fuoriescono prevalentemente gas e vapore. Una volta svuotato, il condotto si riempie di nuovo e il ciclo ricomincia.
Se al contrario il condotto sotterraneo fosse largo e aperto, la pressione non potrebbe accumularsi e l’acqua calda salirebbe semplicemente in superficie creando una sorgente termale, come quella del Rio Puritama.

Schema semplificato di un sistema geotermico con confronto tra geyser, sorgente termale e fumarola.
Schema semplificato del funzionamento di un sistema geotermico, con confronto tra geyser, sorgente termale e fumarola. L’acqua sotterranea (groundwater) penetra nel sottosuolo e viene riscaldata dal calore geotermico (geothermal heat). Nei geyser, i condotti stretti (narrow conduits) favoriscono l’accumulo di pressione e l’espulsione di acqua e vapore; nelle sorgenti termali, l’acqua calda risale attraverso un condotto aperto (open conduit), mentre nelle fumarole fuoriescono prevalentemente vapore e gas (steam and gases).

L’esempio più noto di questo fenomeno nel deserto di Atacama è rappresentato dai Geyser del Tatio. Situati a circa 4.300 metri di quota, rappresentano il più esteso campo geotermico dell’emisfero australe e uno dei più alti al mondo, con oltre 80 manifestazioni attive.

→ Se vuoi approfondire le caratteristiche dei Geyser del Tatio, ho dedicato un articolo specifico a questo straordinario campo geotermico dell’Atacama.

Vulcani

Un’altra prova evidente dell’attività vulcanica e geotermica ancora presente sotto la Cordillera de los Andes sono certamente i numerosi edifici vulcanici della cordillera.
Molti di questi vulcani sono stratovulcani, ossia hanno la caratteristica forma a cono, che si forma dalla sovrapposizione di colate laviche e materiali piroclastici nel tempo. Intorno a San Pedro de Atacama se ne possono osservare diversi, tra cui i famosi Licancabur e Lascar, che raggiungono quote superiori ai 5.000 metri. Il magma che alimenta questo vulcanismo è relativamente ricco in silice (prevalentemente andesitico e dacitico), e quindi abbastanza viscoso da favorire, in determinate condizioni, anche eruzioni esplosive.

Non tutti questi vulcani sono però ugualmente attivi: alcuni sono considerati attivi ma attualmente quiescenti, mentre altri mostrano ancora una certa attività, come fumarole e sorgenti termali. Il Lascar, per esempio, è il vulcano più attivo del Cile settentrionale e ha prodotto diverse eruzioni negli ultimi decenni. Il livello di rischio tuttavia varia notevolmente da un vulcano all’altro e non significa che l’intera regione sia costantemente esposta a un pericolo.

Le numerose eruzioni avvenute nel corso della storia geologica hanno inoltre contribuito a modellare il paesaggio che osserviamo oggi, lasciando colate laviche e grandi depositi piroclastici, tra cui tufi e ignimbriti. Molte delle forme e delle rocce che si incontrano durante le escursioni nella regione sono quindi il risultato diretto di questa lunga attività vulcanica. Un esempio particolarmente evidente e famoso sono le ignimbriti di Piedras Rojas, il cui caratteristico colore rosso è legato all’ossidazione del ferro presente nei minerali.

→ Se vuoi approfondire i prodotti vulcanici e capire come si sono formate le diverse rocce che caratterizzano il paesaggio dell’Atacama, trovi qui un approfondimento dedicato a vulcani e rocce magmatiche, con alcuni esempi direttamente osservabili nella regione.

Il ruolo dell’erosione e della meteorizzazione

Oltre al vulcanismo e ai processi tettonici, anche i processi che agiscono sulla superficie terrestre hanno avuto un ruolo fondamentale nel modellare il paesaggio dell’Atacama. La meteorizzazione comprende l’insieme dei processi che alterano e disgregano le rocce direttamente sul posto, mentre l’erosione comporta anche la rimozione e il trasporto del materiale da parte di acqua, vento, ghiaccio e gravità.

In un ambiente arido come quello dell’Atacama, la forte escursione termica tra il giorno e la notte favorisce soprattutto la meteorizzazione fisica: i ripetuti cicli di riscaldamento e raffreddamento provocano dilatazioni e contrazioni della roccia che, nel tempo, possono favorirne la fratturazione e la disgregazione. È un processo che si può percepire camminando nella Cordillera de la Sal, dove le rocce possono produrre piccoli scricchiolii e suoni durante le variazioni di temperatura. Anche la meteorizzazione chimica altera le rocce agendo sui minerali che le costituiscono e modificandone progressivamente la composizione e alcune caratteristiche, come il colore. In un ambiente vulcanico come quello dell’Atacama, ricco di rocce contenenti minerali silicatici, la loro alterazione chimica può portare alla formazione di minerali argillosi, successivamente trasportati e accumulati nei bacini sedimentari della regione. Si originano così depositi ricchi di minerali argillosi, sfruttati per secoli dalle popolazioni locali nella produzione di ceramiche tradizionali.

L’erosione ha invece contribuito a scolpire e trasportare il materiale precedentemente disgregato, creando alcune delle forme più caratteristiche della regione. Sempre nella Cordillera de la Sal, l’azione dell’acqua e del vento ha prodotto canyon, calanchi, grotte e dune, mentre nelle grandi formazioni vulcaniche della regione l’erosione differenziale ha progressivamente asportato il materiale più facilmente erodibile, lasciando in rilievo le porzioni di roccia più resistenti, come nei Monjes de la Pacana, enormi blocchi di roccia isolati.

Questi processi non hanno soltanto modellato le rocce già esposte, ma hanno anche contribuito a esumare, cioè a portare in superficie, rocce che si trovavano originariamente a grandi profondità. È il caso della Cordillera de Domeyko, dove l’erosione, unita al sollevamento della catena montuosa, ha progressivamente rimosso le rocce sovrastanti, permettendo oggi di osservare in superficie numerose rocce plutoniche, ossia rocce magmatiche formatesi all’interno della crosta terrestre milioni di anni fa.

→ Vuoi scoprire quali di questi ambienti puoi visitare partendo da San Pedro de Atacama? Nell’articolo dedicato trovi tutte le principali escursioni nei dintorni, organizzate per ambiente e caratteristiche del territorio.

Perché l’Atacama è il deserto più arido del mondo

L’estrema aridità del deserto di Atacama dipende dalla combinazione di diversi processi atmosferici e geografici che limitano fortemente le precipitazioni. I principali sono tre: 1) la corrente di Humboldt, 2) la presenza di catene montuose e 3) l’effetto dell’anticiclone subtropicale permanente del Pacifico meridionale.

1) La Corrente di Humboldt è una corrente oceanica fredda che proviene dall’Antartide e risale lungo la costa occidentale del Sud America. Raffreddando l’aria a contatto con l’oceano, riduce l’evaporazione e rende più difficile la formazione di nubi cariche di pioggia.
In aggiunta a questo, un altro processo contribuisce a raffreddare le acque superficiali: l’upwelling. Questo fenomeno si verifica quando i venti alisei, che soffiano da est verso ovest, spingono le acque superficiali lungo la costa verso il centro dell’Oceano Pacifico. Questo movimento favorisce la risalita di acque profonde fredde e ricche di nutrienti. Il fenomeno contribuisce quindi a un ulteriore raffreddamento dell’aria sovrastante e rende la costa peruviana e cilena una delle aree marine più produttive al mondo.

2) La presenza delle catene montuose crea invece una barriera fisica alle masse d’aria umida. La Cordillera de los Andes, ad esempio, costituisce una barriera per le masse d’aria provenienti dall’Amazzonia, che scaricano gran parte delle loro precipitazioni sul versante orientale della catena montuosa. Quando raggiungono il versante occidentale, dove si trova il deserto di Atacama, risultano ormai molto più secche. Questo fenomeno è noto come ombra pluviometrica. Anche la Cordillera de la Costa, seppure in misura minore, contribuisce all’aridità dell’entroterra. La modesta umidità che si forma sopra l’oceano rimane infatti in gran parte confinata lungo la fascia costiera, dove dà origine a una fitta nebbia chiamata camanchaca. Questa nebbia alimenta particolari ecosistemi noti come lomas, ma solo raramente produce precipitazioni significative.

3) Infine, gran parte dell’Atacama si trova sotto l’influenza dell’anticiclone subtropicale permanente del Pacifico meridionale, un’area di alta pressione caratterizzata da aria discendente. Durante la discesa, l’aria si comprime, si riscalda e diventa progressivamente più secca, ostacolando ulteriormente la formazione di nubi e precipitazioni. Inoltre, l’aria calda in quota agisce come una sorta di “coperchio”, impedendo all’aria più fredda presente vicino al suolo di risalire. In questo modo si crea un’inversione termica che limita i moti convettivi (movimenti d’aria verticali violenti) e mantiene l’atmosfera particolarmente stabile.

La combinazione di questi fattori rende l’Atacama uno degli ambienti più aridi della Terra. Lungo la costa, città come Antofagasta e Iquique ricevono mediamente solo pochi millimetri di pioggia all’anno (circa 1-3 mm). In alcune aree interne possono invece trascorrere anni, o addirittura decenni, senza precipitazioni misurabili. Per confronto, città come Milano o Roma ricevono mediamente tra i 700 e i 1.000 mm di precipitazioni all’anno.

Questo equilibrio, tuttavia, può essere temporaneamente alterato dal fenomeno climatico chiamato El Niño. Durante questa fase del ciclo climatico ENSO (El Niño-Southern Oscillation), le acque superficiali del Pacifico centrale e orientale si riscaldano in modo anomalo. Il mare più caldo favorisce una maggiore evaporazione e rende più probabile la formazione di nubi e precipitazioni anche lungo la costa occidentale del Sud America. In questi periodi possono quindi verificarsi piogge eccezionali nel deserto di Atacama, responsabili, tra gli altri effetti, del celebre fenomeno del deserto fiorito. Il ciclo ENSO comprende anche una fase opposta, chiamata La Niña, caratterizzata da acque superficiali più fredde della media e, generalmente, da condizioni ancora più secche. Gli episodi di El Niño e La Niña si alternano in modo irregolare, con intervalli di circa 2-7 anni e una durata che può variare da alcuni mesi fino a oltre un anno.

Oltre a El Niño, anche il cosiddetto inverno altiplanico può determinare precipitazioni nel deserto. Si tratta di un fenomeno stagionale che interessa principalmente i mesi estivi australi. In questo periodo, masse d’aria umida provenienti dall’Amazzonia riescono, in particolari condizioni atmosferiche, a superare la Cordillera de los Andes, dando origine a temporali localizzati soprattutto nelle aree d’alta quota e nei dintorni di San Pedro de Atacama.

Schema comparativo delle condizioni climatiche dell’Atacama in condizioni normali e durante un evento di El Niño.
Confronto tra le condizioni normali dell’Atacama (sinistra) e quelle associate a un evento di El Niño (destra). In condizioni normali, la corrente fredda di Humboldt, l’anticiclone subtropicale del Pacifico meridionale (high-pressure system) e l’effetto barriera delle Ande limitano fortemente l’apporto di umidità e le precipitazioni. Durante El Niño, il riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico orientale indebolisce la corrente di Humboldt e l’anticiclone, favorendo una maggiore evaporazione, un aumento dell’umidità atmosferica e un incremento delle precipitazioni nell’Atacama.

Perché l’Atacama è un luogo unico al mondo

L’Atacama è un luogo in cui condizioni geologiche, climatiche e ambientali eccezionali si combinano creando uno dei laboratori naturali più straordinari della Terra.
In un’unica area è possibile osservare moltissimi processi geologici e geomorfologici sviluppatisi in milioni di anni, studiare ambienti estremi dove la vita si è adattata a condizioni proibitive, osservare l’universo con alcuni dei più avanzati strumenti astronomici al mondo e sperimentare tecnologie destinate all’esplorazione di altri pianeti.

Un laboratorio geologico a cielo aperto

Come abbiamo visto in questo articolo, il paesaggio dell’Atacama è il risultato dell’interazione tra processi geologici e climatici che hanno modellato il territorio nel corso di milioni di anni. Il risultato è un ambiente estremamente vario, dove è possibile osservare depositi evaporitici, lagune salate, salar, vulcani, geyser, canyon e formazioni rocciose modellate dall’erosione.
Questa straordinaria concentrazione di fenomeni rende l’Atacama un vero laboratorio naturale per comprendere i processi che hanno modellato la superficie terrestre.

La vita ai limiti dell’estremo

Le condizioni estreme dell’Atacama hanno dato origine a ecosistemi altamente specializzati, dove microrganismi, piante e animali hanno sviluppato strategie uniche per sopravvivere in uno degli ambienti più difficili del pianeta.
La scarsità d’acqua, l’elevata radiazione solare, la forte escursione termica e la presenza di ambienti ricchi di sali minerali hanno favorito l’evoluzione di caratteristiche biologiche estremamente particolari, rendendo l’Atacama un luogo di grande interesse per lo studio dei limiti della vita sulla Terra.

Uno dei migliori luoghi al mondo per osservare il cielo

Le stesse condizioni che rendono l’Atacama uno degli ambienti più aridi del pianeta lo rendono anche uno dei luoghi migliori al mondo per l’astronomia.
L’assenza quasi totale di precipitazioni, la bassissima umidità atmosferica, la grande altitudine e la limitata presenza di inquinamento luminoso creano condizioni ideali per osservare il cosmo.
Per questo motivo il deserto ospita alcuni dei più importanti osservatori astronomici terrestri, tra cui ALMA, situato sull’altopiano di Chajnantor a circa 5.000 metri di quota.

Un ambiente simile a Marte sulla Terra

L’insieme delle caratteristiche dell’Atacama (estrema aridità, suoli ricchi di sali minerali, elevata radiazione ultravioletta e condizioni ambientali particolari) lo rende inoltre uno degli ambienti terrestri più simili alla superficie marziana.
Per questo motivo il deserto viene utilizzato come sito di ricerca e sperimentazione per testare strumenti destinati all’esplorazione planetaria. Lo studio di questo ambiente permette inoltre di comprendere meglio i limiti della vita sulla Terra e le condizioni che potrebbero rendere possibile la presenza di forme di vita su altri pianeti.

In definitiva, l’unicità dell’Atacama nasce proprio dalla combinazione di elementi apparentemente opposti: è un ambiente estremamente arido ma ricco di biodiversità, un paesaggio antico ma fondamentale per la ricerca del futuro, un luogo terrestre che permette di studiare sia la storia del nostro pianeta sia le possibilità di esplorare altri mondi.

È proprio questa consapevolezza a rendere un viaggio nell’Atacama ancora più speciale: dopo averne compreso l’origine e la formazione, la sua bellezza non risiede più soltanto nei paesaggi, ma anche nei processi naturali che li hanno modellati e nelle storie che custodiscono.

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